Sporco Lobbista – Il blog di Fabio Bistoncini

Pubblicato da Eva Perasso il 15/11/2011 & archiviato in Politica

Una piccola Belgrado al Congresso americano

Con un contratto da 100mila dollari al mese, uno dei più influenti lobbisti di Washington, Tony Podesta, si assicura gli interessi della Repubblica Serba al Campidoglio. Un ruolo delicato dopo anni di anarchia in questo campo, e in un momento in cui il fronte Kosovo resta caldo.

Un mese fa, a Belgrado, nel corso di una cerimonia al Parlamento serbo si festeggiavano i 130 anni di rapporti diplomatici tra Serbia e Stati Uniti. Tra i fischi a dire il vero, ricevuti da parte dell’ambasciatrice americana Mary Warlick, bloccata all’ingresso dell’edificio (“Skupstina” in serbo) sotto le note dell’inno nazionale serbo e apostrofata da un gruppo di nazionalisti del Partito radicale serbo con frasi e cartelli contro “Mary sanguinaria” e “Nato, criminali!”.

Il problema, ancora oggi, restano i bombardamenti della Nato su Belgrado del 1999, anno della guerra del Kosovo, e la posizione degli Stati Uniti e dei loro principali alleati su questo territorio, la cui indipendenza è stata riconosciuta da Washington, che da subito appoggiò le istanze dei kosovari albanesi, e da gran parte dei Paesi occidentali ma non dalla Serbia, che tuttora lo considera una sua regione interna. Ma anche il ricordo dei raid della Nato nel corso della sanguinosa guerra civile jugoslava, tra il 1991 e il 1995. E l’altrettanto dolorosa diaspora della popolazione serba verso gli Stati Uniti, iniziata ben prima dell’ultima guerra civile. Chicago per esempio, dove la comunità serba ha raggiunto anche le 500mila persone, è considerata la seconda città serba più popolata al mondo, dopo Belgrado.

In questo clima di rapporti tesi e difficili, e in un momento in cui la Serbia in ogni modo cerca di aprire un varco per entrare nell’Unione Europea (secondo le rivelazioni di Wikileaks l’anno sarebbe il 2019), lo stato serbo ha deciso di riorganizzare e strutturare meglio i suoi interventi anche a Washington firmando un contratto ufficiale di lobbying per essere rappresentato al Campidoglio, sede del Congresso americano. Le indiscrezioni arrivano da qualche giorno dal quotidiano popolare “Blic”, una sorta di “Sun” serbo.

Il contratto, si legge online, siglato già alla fine della scorsa primavera, è stato registrato dal ministero della Giustizia americano solo a fine ottobre, seguendo la normale trafila che prevede l’assoluta trasparenza per l’attività di lobbying negli Stati Uniti. La scrittura contempla l’impegno di un noto studio attivo nel settore dei public affairs – la Roberti + White con sede a Washington e New York, che tra i suoi clienti annovera General Motors, Oracle, Novartis e AT&T – a sua volta cooptata per l’incarico da parte di uno dei guru del lobbying al Congresso, Tony Podesta, titolare dell’omonimo gruppo (il Podesta Group) e uno dei lobbisti al top nelle classifiche dei più influenti negli Stati Uniti.

È il democratico Podesta per esempio a occuparsi insieme con altre società del settore degli interessi dell’Egitto e di Mubarak al Congresso americano già a partire dal 2007, come ricordava Salon lo scorso gennaio, con un contratto annuale da 1,1 miliardi di dollari. Un ruolo delicato, che includeva le negoziazioni per il tenore degli aiuti americani all’Egitto, la vendita di armi tra i due Paesi, l’ingresso negli ambienti più consoni e utili d’America dei grandi ufficiali egiziani, portati in tour al Congresso, e nelle sale riunioni delle grandi aziende Usa, da General Electric in poi.

E dopo l’Egitto, per Tony Podesta arriva il tempo della Serbia: la Repubblica balcanica spenderà 100 mila dollari al mese (di questi un quarto andranno alla Roberti + White), per svolgere servizi che includeranno “consulenza e lobbying diretti a facilitare il raggiungimento di obiettivi strategici della Repubblica Serba, e per rappresentare gli interessi serbi nelle istituzioni americane economiche rilevanti”, come si legge nei documenti formali che registrano l’accordo.

Che sia troppo tardi o meno per iniziare una strategia di lobbying articolata negli Stati Uniti, di certo il nuovo contratto andrà a mettere ordine laddove, negli ultimi anni, gli interventi di dialogo furono solo isolati e per nulla strategici. Già a fine 2009, nel corso di un’intervista lo storico ed esperto di cultura balcanica oggi negli Stati Uniti, professor Srdja Trifkovic spiegava come “non esista una lobby serba negli Usa” e come nemmeno i rappresentanti della diaspora serba siano mai riusciti a inserirsi e influenzare il processo decisionale americano, distinguendosi negativamente come “il gruppo etnico meno organizzato in assoluto tra quelli di pari dimensioni negli Stati Uniti”.

Concorde sulla scelta di firmare il contratto (il primo da inizio anno di questo genere, per via delle restrizioni alle spese in lobbying imposte dal governo serbo in tempi di austerity) anche Obrad Kesic, analista politico di stanza a Washington: “L’idea che la Serbia abbia i suoi lobbisti a Washington è senza dubbio buona. Spero solo che il Podesta Group riesca ad avere maggior successo degli specialisti assoldati in passato”, dichiarava a Blic. Dal canto suo, Tony Podesta, appena rientrato negli Usa dopo un viaggio a Belgrado, userà le sue ottime connessioni politiche per rinvigorire le relazioni diplomatiche e aumentare scambi e investimenti tra le due nazioni.

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