Sporco Lobbista – Il blog di Fabio Bistoncini

Pubblicato da Fabio Bistoncini il 20/02/2017 & archiviato in In evidenza, Politica

Scissione

Il-referendum-e-la-scissione-del-Pd

 

Dunque il PD, erede della lunga tradizione della sinistra italiana, come i suoi predecessori, è alle prese con l’ennesima scissione.

Come sempre accade in questi casi, molteplici sono le cause e le responsabilità.

Rancori personali, voglie di rivincite, divergenze su priorità politiche e di governo, ricerca di nuovi spazi di visibilità e di agibilità politica al di fuori del partito. Il tutto condito da richiami allo Statuto, alle procedure con cui dovrebbe svolgersi il Congresso o le modalità con cui far emergere una piattaforma programmatica da presentare al Paese.

Tante parole condite da molta, ma molta ipocrisia.

Da tutte le parti in causa.

Certo, in queste ore, è tutto un moltiplicarsi di appelli all’unità, alla non dispersione di un patrimonio comune, al richiamo allo spirito dell’Ulivo, l’unico esempio elettoralmente vincente del centro sinistra.

Anche se, personalmente, ritengo quelle stagioni una debacle politica dei partiti del campo progressista, riuniti in un’alleanza eterogenea che aveva come unico obiettivo quello di vincere contro Berlusconi e non per governare il Paese.

Ma lasciamo stare la preistoria, che comunque sta ritornando.

La sconfitta di Matteo Renzi al referendum costituzionale ha avuto molteplici effetti sugli assetti politici ed istituzionali.

Ma il più rilevante, in questo momento, è quello sulla legge elettorale.

Dimessosi Renzi, profondamente modificato l’Italicum dalla sentenza della Corte Costituzionale, si è aperto un vuoto d’iniziativa governativa su questo tema.

Con la scomparsa di qualsiasi possibilità di avere un sistema a “vocazione maggioritaria” ecco che dunque il proporzionale è rientrato prepotentemente in campo. Con la sua forza disgregatrice.

In un sistema in cui è virtualmente impossibile che ci sia un vincitore, è meglio ritagliarsi un “posto al sole” che magari può valere solo il 4/5% ma che permette, nel peggiore dei casi, di stare all’opposizione e, nel migliore, di condizionare una coalizione di Governo. Con un potere d’interdizione e di veto che supera ampiamente il valore dei voti ottenuti.

Con un sistema di tipo maggioritario la competizione elettorale è ristretta a  3/4 partiti al massimo.

E quindi le differenti correnti sono “costrette” a competere per la leadership prima di tutto nel partito.

Con il proporzionale è un “liberi tutti”.

Ed è quanto sta accadendo in queste ore al PD, il partito nato proprio per incarnare lo spirito del maggioritario. Ma presto accadrà anche agli altri partiti.

Il tramonto della c.d vocazione maggioritaria sta mettendo fine non alla seconda Repubblica.

Mai nata.

Ma a questo periodo di transizione, lungo oltre un ventennio, confuso, contraddittorio ma anche affascinante.

L’approdo è ancora incerto solo per gli inguaribili ottimisti come il sottoscritto…

 

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